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Essere genitori, essere figli: libert? e testimonianza di una relazione complessa

by Sinonimo di benessere

La genitorialità è un’esperienza complessa: la relazione genitori-figli si trasforma a seconda di variabili che si muovono lungo un asse che va dalle caratteristiche di personalità fino alle condizioni sociali in cui la genitorialità si manifesta. Davide Ciccarelli ci aiuta a trovare una chiave di lettura ai diversi significati che i ruoli di genitori e figli assumono.

Sarà certamente impresa difficile tentare di descrivere cosa significhi essere un genitore, dal momento che chi scrive non ha sperimentato sulla propria pelle l’esperienza della genitorialità.

Tuttavia come ogni relazione, anche quella genitore-figlio prende forma all’interno di una semantica nutrita dai contributi di ogni partecipante ed in particolare dai discorsi che questi producono e scambiano. Il pensiero sulla genitorialità deve allora confrontarsi necessariamente con la complessità dell’esperienza a cui genitori e figli partecipano, dove le rispettive identità sono costantemente negoziate e dove il significato di essere “genitori” o “figli” si trasforma a seconda di variabili che si muovono lungo un asse che va dalle caratteristiche di personalità fino alle condizioni sociali in cui la genitorialità si estrinseca.

Se quella della genitorialità è un’esperienza dialettica, che risulta impossibile da rappresentare unicamente attraverso l’analisi della categoria di “genitore”, allora in questo spazio il pensiero su cosa voglia dire essere “figli” può aiutarci a comprendere meglio alcuni aspetti della genitorialità in termini di relazione.

L’espressione “essere figli” rimanda infatti di per sé alla genitorialità, ma più in particolare ad una serie di genitorialità diverse, ognuna delle quali è segnata storicamente e socialmente da condizioni che ne modificano le forme e ne rendono talvolta più difficile la comprensione, soprattutto quando essa transita attraverso categorie che la nostra rappresentazione di genitorialità non prevede.

Possiamo fare qualche esempio. Cosa vuol dire essere genitori in condizioni di estrema povertà e marginalità? Cosa vuol dire essere genitori dopo aver affrontato una migrazione? Cosa vuol dire essere genitori adottivi? Cosa vuol dire essere genitori di un bambino con disabilità? Cosa vuol dire essere genitori omosessuali? Cosa vuol dire essere genitori in Nord America oppure in Asia?

Queste sono solo alcune delle domande attraverso cui emerge la radicalità della differenza tra le diverse situazioni in cui ci si ritrova ad essere genitori e di conseguenza figli. Un pensiero attento a queste differenze è l’unico capace di restituire alle esperienze di genitori e figli il senso di filiazione che essi hanno costruito, spesso tacitamente, all’interno di relazioni in cui la propria identità e quella del proprio ruolo incrociano un determinato contesto sociale, economico e politico; nonché desideri, credenze, aspettative e modelli di accudimento appresi e tramandati a livello familiare.

Questo preambolo mi sembrava assolutamente necessario per evitare che il discorso sulla genitorialità, come spesso accade, diventi uno strumento per dire come debba essere una “buona madre” o una madre “sufficientemente buona”, direbbe Winnicott. Un pensiero lucido produce riflessioni capaci di storicizzare e contestualizzare l’esperienza umana, proteggendosi dal rischio di esprimere giudizi di valore quando i dati raccolti nelle proprie osservazioni non permettono di ricostruire il senso di ciò che accade ricorrendo ai propri modelli di riferimento.

A questo punto, lontani da possibili fraintendimenti, possiamo esplorare alcune dimensioni del significato di “figlio” e, come dicevamo, provare attraverso questa strada a cogliere alcuni aspetti della genitorialità.

L’evoluzione della terminologia giuridica rispetto alle responsabilità genitoriali ci permette di osservare qualcosa di importante. Fino al 1975, infatti, il termine potestà genitoriale faceva riferimento essenzialmente ad un potere che il genitore, in particolare il padre, aveva la possibilità di esercitare sul figlio in quanto erede. Nel 1975 a quella che veniva definita essenzialmente “patria potestà” si sostituisce il concetto di potestà condivisa, attribuita cioè ad entrambi i genitori, fino a quando solo nel 2014 viene introdotto il concetto di responsabilità genitoriale, che sottolinea la finalizzazione di questo potere, in termini di compito, alla tutela del figlio e alla sua realizzazione.

Nonostante questa evoluzione il termine maggiormente diffuso oggi rimane quello di potestà, tanto per il discorso comune quanto per quello mediatico. Il potere che è possibile esercitare sui propri figli in quanto tali è un aspetto decisivo nella comprensione delle diverse relazioni di genitorialità che è possibile osservare. La trasformazione della terminologia giuridica riflette, infatti, una specifica riflessione rispetto all’impossibilità di considerare i figli come delle proprietà da modellare a proprio piacimento affinché garantiscano la realizzazione di un progetto familiare che li precede. L’esercizio di questo potere si manifesta piuttosto nella protezione e nella possibilità di provvedere a quelle condizioni che permettono al figlio di svilupparsi, crescere ed esprimere la propria soggettività liberamente, impedendo al desiderio dei genitori di ostacolare o sostituire quello del figlio.

La libertà di un figlio non è tuttavia l’assenza o il superamento del vincolo genitoriale, quanto piuttosto la sua trasformazione e rielaborazione. Come figli siamo infatti chiamati in qualche modo anche a testimoniare la nostra appartenenza, la nostra provenienza e l’insegnamento che ci ha resi quelli che siamo.
Come figli possiamo dare a questo insegnamento un senso personale e soggettivo.


Possiamo trasformare la nuova generazione in quel luogo dove i valori dei nostri antenati sono ripensati e incorporati in una forma nuova e non vincolante.

mi presento...

Sono Davide Ciccarelli, laureato in Psicologia Clinica e di Comunità presso l’Università degli studi di Torino nel 2019. Attualmente impegnato come tirocinante psicologo presso il Centro di Etnopsichiatria Frantz Fanon e come educatore presso una comunità di minori, sto gettando uno sguardo più attento a quelle che sono le conseguenze della politica post-coloniale e dei fenomeni migratori in termini psicologici; e intraprendendo una riflessione sulle dinamiche relazionali dell’adolescenza. Laddove la relazione rappresenta il tessuto in cui la nostra mente è immersa, nel quale nasce e si sviluppa dando forma ai nostri caratteri, il contatto umano è la scelta che ha motivato e continua a motivare il mio percorso di approfondimento psicologico.

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