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I bambini e l’autismo: piccoli autori di puzzle sconosciuti

by Sinonimo di benessere
bambino con giochi

L’autismo parla un’altra lingua, si muove su binari che a noi non sono propriamente familiari. Il tirocinante psicologo Davide Ciccarelli ci aiuta a trovare una chiave di lettura a tutto questo, oltre a offrirci gli strumenti giusti per capire definizioni, caratteristiche, e provare a immaginarci dall’altra parte.

I disturbi dello spettro autistico sono indicati, all’interno dell’ultima edizione del DSM-5 (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali), come deficit del neurosviluppo.
I deficit del neurosviluppo comprendono una serie di disturbi che si manifestano nell’infanzia, cioè nelle prime fasi dello sviluppo del bambino. Essi comprendono disturbi di diversa natura tra cui quelli afferenti, appunto, allo spettro autistico.

Quando ci riferiamo all’autismo parlando di “spettro”, intendiamo dire che esso non comprende un solo ed unico disturbo circoscritto, quanto piuttosto una serie di disturbi che condividono delle caratteristiche trasversali.

Schematicamente, infatti, possiamo dividere le diverse manifestazioni dello spettro autistico in “autismo ad alto funzionamento”, laddove i soggetti sono capaci di comunicare verbalmente e possiedono un’intelligenza normale o addirittura superiore alla media. È, ad esempio, il caso della cosiddetta sindrome di Asperger che ha ispirato un capolavoro della cinematografia internazionale (parliamo di “Rain Man” con attore protagonista Dustin Hoffman che interpreta un ragazzo dalle incredibili abilità matematiche).
C’è, poi, l’autismo a basso funzionamento”, laddove oltre ai deficit tipici dell’autismo sono presenti anche evidenti disabilità intellettive e del linguaggio.
Ma cosa condividono, dunque, i diversi soggetti autistici all’interno dello stesso spettro?

Tutti i soggetti autistici, generalmente, presentano una compromissione significativa in due aree dello sviluppo: quella delle interazioni sociali e quella degli interessi.

Ciò che spesso accade, cioè, è che un soggetto autistico abbia difficoltà nel comunicare efficacemente con le persone che gli stanno intorno, da una parte a causa delle abilità linguistiche che sono spesso compromesse (sia per quanto riguarda la produzione del linguaggio che la sua comprensione) e dall’altra a causa di una generale difficoltà nel condividere l’attenzione sincronizzandone il focus insieme all’interlocutore. Ad esempio, seguendo con lo sguardo lo stesso oggetto in movimento o partecipando allo stesso gioco.
Le recenti teorie cognitive ritengono che a impedire ulteriormente la capacità di un bambino autistico di interagire efficacemente sia l’assenza di una “teoria della mente”.

Possedere una teoria della mente significa attribuire stati mentali – desideri, emozioni, pensieri e credenze – a se stessi e agli altri e prevedere, quindi, il comportamento delle persone sulla base dei propri stati interni. Non possederla vuol dire essere incapaci di comprendere l’intenzionalità altrui e decifrare il significato delle interazioni sociali.

Per quanto riguarda interessi e attività, spesso i soggetti autistici sviluppano comportamenti stereotipati, termine con cui intendiamo la ripetizione esasperata di un’attività o la focalizzazione pressoché assoluta rispetto a un campo specifico. Questo atteggiamento può riflettersi nel gioco, laddove il bambino non sviluppa forme nuove e creative di giocare ma tende a ripetere sempre le stesse modalità (spesso isolandosi) o più semplicemente nella vita quotidiana, dove queste caratteristiche lo rendono particolarmente abitudinario e fortemente suscettibile ai cambiamenti.
In generale, dunque, l’interazione sociale è l’aspetto maggiormente compromesso quando parliamo di autismo.

Anche se la relazionalità rappresenta il principale dominio compromesso nei disturbi dello spettro autistico, ciò non deve indurci a credere che i soggetti che ne sono affetti siano monadi isolate senza desiderio di comunicazione e interazione.

Al contrario, essi sono spesso individui molto sensibili la cui mente segue una logica differente dalla nostra, che ci impedisce di comprenderli e comprenderci.

Spesso l’ipersensibilità agli stimoli sensoriali, ad esempio, rende le interazioni di un bambino autistico con l’ambiente circostante un’esperienza faticosa e potenzialmente pericolosa.

Essi possono avvertire un suono debole con particolare intensità o sperimentare una carezza sotto forma di intensa pressione, fattore che rende particolarmente delicato il contatto corpo a corpo a cui siamo generalmente abituati e che nell’autismo rappresenta una vera e propria sfida per il bambino.
Eppure, come tutti gli altri, il nostro bambino autistico è felice quando viene abbracciato dalla mamma o accarezzato dal papà, purché essi abbiano imparato la sua “lingua”, il modo migliore di sfiorare la sua pelle sensibile, che permetta a questi contatti di non trasformarsi in esperienza di minaccia o angoscia.

In questo senso, se il contatto con l’altro può essere minaccioso o incomprensibile, anche le stereotipie vanno considerate in maniera difensiva e potenzialmente positiva (quando sono alternate a momenti di relazione), laddove rappresentano il tentativo, da parte del bambino autistico, di fuggire da una realtà incapace di comprenderlo e i cui significati gli sono estranei.
Spesso, ripetere ininterrottamente un’azione che conosciamo bene, come un gioco o un’attività quotidiana, è un modo per fare esperienza di un dominio della realtà che riusciamo a controllare, di cui conosciamo i meccanismi e gli esiti e che per questo motivo ci restituisce un senso di tranquillità.

Se la mente di un bambino autistico parla una “lingua” differente dalla nostra, vuol dire che essa organizza la rappresentazione del mondo esterno in modalità inedite e sconosciute al nostro funzionamento mentale.

Infatti, noi siamo generalmente abituati ad una mente in grado di trovare velocemente la combinazione che tiene insieme i diversi pezzi della realtà esterna dando ad essa un significato condiviso, come in un gigantesco puzzle, che risolviamo senza troppe difficoltà e che possiamo osservare e commentare insieme ai nostri interlocutori.
I pezzi del puzzle che compongono la rappresentazione della realtà rimangono, nel bambino autistico, spesso frammentari e senza una soluzione o ne trovano alcune la cui comprensione non è immediata a chi gli sta intorno. Eppure, i bambini autistici sono autori di puzzle meravigliosi, in grado di dirci qualcosa di profondo sull’esperienza della realtà e della vita, ma che nella maggior parte delle volte non riescono a condividere con gli altri, spesso incapaci di parlare la loro “lingua”.

mi presento...

Sono Davide Ciccarelli, laureato in Psicologia Clinica e di Comunità presso l’Università degli studi di Torino nel 2019. Attualmente impegnato come tirocinante psicologo presso il Centro di Etnopsichiatria Frantz Fanon e come educatore presso una comunità di minori, sto gettando uno sguardo più attento a quelle che sono le conseguenze della politica post-coloniale e dei fenomeni migratori in termini psicologici; e intraprendendo una riflessione sulle dinamiche relazionali dell’adolescenza. Laddove la relazione rappresenta il tessuto in cui la nostra mente è immersa, nel quale nasce e si sviluppa dando forma ai nostri caratteri, il contatto umano è la scelta che ha motivato e continua a motivare il mio percorso di approfondimento psicologico.

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