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Lavorare in una Casa Residenza Anziani: l?intervista a un?infermiera

by Sinonimo di benessere
infermiera in ospedale

 Il mestiere che scegliamo è un po’ come un abito. Può raccontare tantissimo di noi, lascia immediatamente intendere sfumature e inclinazioni. Spesso può perfino influenzare il modo in cui abitiamo il mondo, insegnarci un certo modo di pensare. Qui abbiamo intervistato Angela, un’infermiera di 25 anni che lavora in una Casa Residenza Anziani (CRA) di Bologna. Ci accompagna per mano nella conoscenza del suo mestiere, raccontandoci quotidianità e il suo personale modo di intendere questo lavoro. 

 Da quanto tempo svolgi questo mestiere? Quando hai deciso che avresti dedicato la tua vita a questo?

Sono un’infermiera da quasi quattro anni, mi sono laureata nel 2016 a Reggio Emilia dove ho lavorato per due anni presso la CRA Felice Carri di Gualtieri. Da due anni lavoro presso l’ASP Giovanni XXIII di Bologna, si tratta comunque di una CRA e ci occupiamo di assistere anziani prevalentemente non autosufficienti.

In realtà, la decisione di diventare infermiera è arrivata un po’ per caso. A diciott’anni mi sono ritrovata a dover capire quale strada percorrere e ho presentato la domanda per i test d’ingresso per professioni sanitarie. L’ho fatto senza troppo soffermarmi sul “chi sarò” o sul “chi diventerò”.

Oggi posso dire che è stata la decisione più sensata che abbia mai preso e non me ne sono pentita mai, neanche per un minuto. 

Sono molto soddisfatta del mio lavoro, ma soprattutto sono fortunata, molti infermieri neolaureati vengono assunti immediatamente negli ospedali e non hanno la fortuna di rapportarsi con gli anziani come noi infermieri delle CRA abbiamo possibilità di fare.

Perché la consideri una fortuna?

Perché credo che lavorare a stretto contatto con le persone anziane abbia un qualcosa in più. Ti spiego.
Ad esempio, negli ospedali, l’anziano viene definito “paziente”, e il rapporto paziente anziano-infermiere è troppo breve per poterlo “sentire” veramente. Nelle CRA li definiamo “ospiti” e il più delle volte, in realtà, li indichiamo con il loro nome, o con nomignoli.
E la cosa più bella è quando sono loro a chiamarti per nome. Ad esempio, in questo momento in struttura ospitiamo un’anziana affetta da una grave demenza senile, l’altra notte nel silenzio più totale si sente lei urlare “ANGELA”. E questo fa ridere ma fa anche tenerezza, un mix di emozioni che solo un rapporto costante e continuo nelle CRA può regalare.
E poi ci sono quegli anziani che urlano il mio nome perché cercano me e hanno bisogno di me, perché mi conoscono e vedono in me una persona fidata, anche solamente per dirmi “mi fai compagnia? Mi sento sola”. Nei giorni tristi questo lavoro e gli anziani mi hanno salvata.

 E che cosa si fa esattamente in una CRA?

L’obiettivo nelle CRA è quello di garantire alle persone di età avanzata una vita dignitosa, il nostro compito è occuparci di loro come farebbero nella normalità o come farebbero i loro familiari.
Talvolta si ha un parere negativo nei confronti delle famiglie che affidano i propri nonni o genitori alle CRA, quasi considerandolo abbandono o liberazione. Chi la pensa così non ha idea delle difficoltà legate all’assistenza di un anziano non autosufficiente in casa, e personalmente ritengo sia un gesto fortemente altruista affidare gli anziani alle CRA: la presa in carico dell’anziano avviene a 360°.

Le CRA sono fornite di medici, diverse figure infermieristiche per il sanitario, fisioterapista per la parte motoria e per la conservazione delle capacità residue e per la riabilitazione. Ci sono gli OSS che si occupano dell’assistenza di base e l’animatrice che si occupa di intrattenerli con attività tipo lettura del giornale, tombola, colorare, addobbare per le festività. Ultimamente, considerando questo periodo delicato, si occupa delle videochiamate tra parenti e anziani, indipendentemente dal grado di comprensione dell’anziano, semplicemente per dare sollievo e gioia ai parenti in apprensione a casa.

Ecco, la più grande soddisfazione derivante dal mio mestiere è sapere di aver garantito la massima dignità a tutti i miei anziani.

E questo va dal guarire una lesione da decubito di IV stadio insorta dopo numerosi mesi di ricovero ospedaliero, riconoscere i sintomi di un malessere grave e attivare immediatamente i soccorsi, gestire situazioni gravi in reparto evitando all’anziano il ricovero ospedaliero, ma anche farli ridere e divertire, mettere della musica perché terapeutica, chiacchierare con loro e farmi raccontare cosa stavano facendo il 25 aprile del 1945, per esempio.

Considerando tutto quello che ci stai raccontando, essere infermiere significa anche ritrovarsi a stretto contatto con una grande componente umana e affettiva. Alla luce di questo, secondo te, qual è la qualità che ogni infermiere dovrebbe avere?

La caratteristica più importante per ogni infermiere, secondo me, è l’empatia.

Deve saper comprendere le necessità altrui e gestirle come se fossero le proprie, immaginarsi nei panni del paziente e prendersene cura. Importante è l’approccio: ad esempio molti anziani difficilmente assumono la terapia farmacologica, sia per diffidenza, sia perché non ne comprendono la necessità. Ovvio che se mi approccio con insistenza all’anziano, questo rifiuterà la terapia, ma se mi approccio con pazienza e con affetto, spiegando l’importanza di quelle medicine, allora l’anziano comincia a fidarsi di me e ad assumerle.

Bisogna anche dire che l’empatia è un’arma a doppio taglio. Ti racconto la mia esperienza a riguardo.
Io sono cresciuta con i miei nonni. I miei genitori lavoravano a tempo pieno perciò gran parte della mia infanzia la ricordo con loro. All’inizio non è stato facile vedere tutte quelle persone soffrire, quei figli e quei nipoti stare male per i propri cari. Io vedevo i miei nonni e la mia famiglia in ogni situazione che vivevo sul lavoro, proiettavo tutto sulla mia personale sfera familiare.

Ricordo che quattro anni fa per la prima volta ho contattato telefonicamente un familiare per comunicare il decesso dell’anziano e avevo un nodo in gola, trattenevo il pianto, è stata la cosa più difficile che abbia mai fatto. Non so se sia una cosa bella da dire, ma adesso fa parte del mio lavoro e ho imparato a farlo bene e con professionalità, nel rispetto della persona e senza voce piagnucolante. Nel tempo la barriera si è costruita da sola senza che me ne accorgessi.

Ci racconti i tuoi ricordi più belli legati a questo mestiere?

Riguardano tutti dei piccoli episodi con gli anziani.
Mi ricordo di quando la figlia di una nostra ospite di 92 anni ci ha ringraziato per giorni dopo aver praticamente salvato la vita a sua madre.  O di quando ho tagliato i capelli e l’unica ad accorgersene è stata una di loro. C’è un’altra ospite che, prima di smontare dal turno, mi dice sempre “fai piano con la macchina adesso che torni a casa”. Una volta ho anche accompagnato un gruppo di anziani a teatro e poi a pranzo.

Quando entro in reparto la prima persona che incontro è un nostro ospite, che sta sempre seduto lì sulla sua sedia e che mi chiama “la mia salvatrice” perché una notte è caduto mentre andava in bagno, diceva di non avere male e di non voler andare in ospedale. Io l’ho convinto, fortunatamente, perché ha riportato una frattura al femore.

Ci sono poi altri due ospiti, marito e moglie: non hanno figli perciò sono tutto l’uno per l’altra. Lui è arrivato da noi prima di lei ed era incredibilmente nostalgico e malinconico senza sua moglie, spesso veniva in guardiola infermieristica chiedendoci se potessimo prestargli il telefono per telefonarle.
Dopo qualche mese, è arrivata lei e lui era incontenibile.
Si è tirato su da solo dalla carrozzina per abbracciarla
e ricordo che io, la mia collega, la responsabile assistenziale e la dottoressa siamo scoppiate in lacrime contemporaneamente e subito dopo scoppiate a ridere.

Poi c’è chi canta La canzone del Piave tutto il giorno, chi spinge il pulsante d’emergenza senza capire che, per l’appunto, bisogna farlo solo in casi di emergenza. C’è chi ride sempre e chi è perennemente disorientato. Siamo un bel gruppetto, insomma.

Cosa sta succedendo in questo periodo in struttura? Come state fronteggiando l’emergenza del Covid-19?

Per quanto riguarda il Covid, abbiamo avuto un solo caso positivo che abbiamo inviato in ospedale per le cure. Gli altri anziani sono stati isolati per via precauzionale nelle loro camere per evitare assembramenti lungo il corridoio e negli spazi comuni.
Sono stati effettuati i tamponi su ognuno di loro e fortunatamente nessuno è risultato positivo.
Il personale indossa la mascherina chirurgica, copricapo, camice, calzari, si assicura di sostituire i guanti da un paziente all’altro e di lavare le mani prima di uscire dalle camere. Purtroppo, il principale veicolo del virus siamo noi dipendenti e facciamo costantemente attenzione per garantire la protezione degli anziani.

Vorrei precisare una cosa, perché sento spesso la parola “eroi” riferita al personale sanitario, soprattutto in questo periodo.

Non siamo eroi, questo è il nostro lavoro. È il nostro dovere, non una missione.

Siamo sicuramente un esempio per l’Italia intera, questo è vero: rappresentiamo il vero senso di responsabilità.  Parlo ad esempio di tutti quegli infermieri che per poter lavorare sono andati via di casa lontano da familiari e amici, e che per poter tornare da loro devono ancora aspettare chissà quanto.

 Parlo di quegli infermieri del sud, vittime di chiusure di ospedali e costretti a ore di viaggio per potersi recare nei nuovi posti di lavoro. Parlo degli infermieri vittime di molestie e aggressioni. Parlo di tutti quegli infermieri che hanno lasciato posti fissi per poter lavorare negli ospedali Covid con contratti a tempo determinato, spero che nessuno si dimentichi di loro quando questa emergenza sarà finita.

Io non faccio parte di coloro che hanno combattuto contro il Covid negli ospedali, ma sono fiera della mia categoria.

Essere un operatore sanitario durante una crisi come questa significa mettere la vita delle altre persone davanti alla propria.

Ed è sicuramente un gesto dettato dalla professionalità, ma credo che riguardi innanzitutto un imperativo morale, ha a che fare con la persona che scegli di essere. Scegliere di essere un’infermiera è probabilmente l’aspetto della mia vita di cui sono più orgogliosa.   

 

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