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Il pericolo delle isole di plastica

by Sinonimo di benessere

Nel mondo esistono enormi ammassi che contengono miliardi e miliardi di rifiuti, microplastiche, reti da pesca, bottigliette. E ora che ce ne siamo accorti tutti, sembrano molto difficili da eliminare. Soprattutto se prima non cambiamo il nostro modo di gestire i nostri rifiuti.

La chiamano tutti “isola”, anche se non è il termine preciso per definirlo. Si tratta di un ammasso di rifiuti sul quale non possiamo di certo camminare, pur sembrando un vero e proprio lembo di terra. Perché il mare, in mezzo a tutti quei rifiuti, non lo vedi.

Parliamo di enormi accumuli di immondizia, la più grande al mondo si trova nel bel mezzo dell’oceano Pacifico, tra la California e le Hawaii, ed è grande ormai due volte l’Italia. Il Great Pacific Garbage Patch si è creata in corrispondenza del vortice oceanico subtropicale del Pacifico del nord. Qui le correnti, cariche di detriti, convergono l’una verso l’altra. I rifiuti quindi si ammassano gli uni sugli altri continuando a vorticare e ad aumentare di anno in anno.

Il Great Pacific Garbage Patch non è visibile a occhio nudo né dallo spazio. È stato scoperto per la prima volta nel 1988 dai ricercatori della National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA) degli Stati Uniti. Una decina di anni dopo Charles Moore si ritrovò in mezzo a questo mare di plastica con la sua barca a vela. Decise allora di portare la sua testimonianza sotto gli occhi di tutto il mondo. Tutti iniziarono così a rendersi conto di dove la loro immondizia poteva andare a finire. Ma come funzionavano quelle correnti? Ad analizzare e comprendere come son stati trascinati e accorpati 1,8 triliardi di oggetti fu l’oceanografo Curtis Ebbesmeyer, impegnato a seguire i movimenti di oggetti dispersi nel mare come le migliaia di pappardelle galleggianti perse da un container di una nave cargo nel 1992.

Studi recenti hanno verificato che quasi la metà (46% circa) degli scarti che compongono il Garbage Patch sono reti e attrezzature da pesca, mentre per il resto è formata da metalli leggeri, plastica proveniente dalle nostre case e microplastiche. Lì in mezzo, miliardi e miliardi di microplastiche invisibili all’occhio umano, inquinano l’acqua e l’ecosistema, forse in modo ancora maggiore rispetto ai loro corrispettivi visibili.

Nel mondo, ad oggi, ci sono sette isole di plastica e sono il frutto degli 8 milioni di tonnellate di rifiuti (secondo una stima più recente) che invadono le acque di mari e oceani. Sono discariche galleggianti di rifiuti e detriti che si accumulano e rimangono intrappolati in vortici acquatici.

  1. Sargassi Garbage Patch

La nuova «isola di plastica» è stata appena scoperta nel Mar dei Sargassi da una spedizione di Greenpeace per esplorare l’area dell’Atlantico in cui si concentrano le plastiche e le microplastiche. La notizia arriva dalla Cnn che ha seguito l’imbarcazione di Greenpeace. La spedizione parla di rifiuti facilmente distinguibili: flaconi per shampoo, attrezzi da pesca, contenitori rigidi spessi o borse e molti altri tipi di plastica.

  1. Artic Garbage Patch

Scoperta nel 2013, si trova nel mare di Barents in prossimità del circolo polare artico. È l’isola di plastica più piccola e più recente (prima di Sargassi). I detriti che la compongono provengono dall’Europa e dalla costa orientale del Nord America che alla deriva seguono le correnti oceaniche fino al nord della Norvegia.

  1. Indian Ocean Garbage Patch

Anche se la sua esistenza era stata ipotizzata fin dal 1988, è stata scoperta ufficialmente nel 2010. Quest’isola si estende per più di 2 km, con una densità di 10 mila detriti per km2.

  1. South Atlantic Garbage Patch

Una delle più piccole, si estende per oltre 1 milione di chilometri quadrati e viene mossa dalla corrente oceanica sud atlantica. Situata tra l’America del Sud e l’Africa meridionale, è stata poco documentata e raramente intercettata dalle rotte più commerciali.

  1. North Atlantic Garbage Patch

Scoperta nel 1972, è la seconda isola più grande per estensione (stimata sui 4 milioni di km2). È però famosa per l’alta densità di rifiuti: ben 200 mila detriti per km2. Viene mossa dalla corrente oceanica nord atlantica.

  1. South Pacific Garbage Patch

Scoperta recentemente al largo del Cile e del Perù, è grande 8 volte l’Italia. Ha una superficie che si aggira intorno ai 2,6 milioni di km2 e contiene prevalentemente microframmenti di materie plastiche erose con il tempo e gli agenti atmosferici.

Va considerato anche che molte grandi discariche si trovano negli habitat marini e sono tutte vicine a zone costiere ampiamente popolate. Pensate che le microplastiche vengono costantemente ingerite da pesci e animali che, prima o poi, vengono pescati e cucinati sui nostri fornelli o serviti al nostro tavolo al ristorante. Capiamo bene come le isole di plastica, anche se non le abbiamo mai viste e sono difficili da immaginare, non sono poi lontane da noi, ci riguardano, anzi, da vicino. Soprattutto non è lontana la loro pericolosità.

In molti sono all’opera per cercare di ripulire gli oceani da questi enormi galleggianti di immondizia, con soluzioni tecnologiche come la nota The Ocean Claenup. Ma la risposta sembra più complicata del previsto. Soprattutto se alla base non c’è un vero, reale cambio di prospettiva nella produzione stessa dei rifiuti, e soprattutto di quelli in plastica. Siamo i primi a dover cambiare il modo di concepire e produrre i rifiuti, cercando di impedire alla plastica di arrivare al mare. Se non lo facciamo noi chi altrimenti?

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