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L’inventore di giochi: sorridere sotto le bombe

by Sinonimo di benessere
bambina siriana

Questa storia porta con sé un sorriso a metà tra la meraviglia e la disillusione.
Questa è la storia di Selva, la bambina siriana che ride di gusto ogni volta che cade una bomba. A insegnarglielo è stato suo padre. 

Ogni giorno un bambino si sveglia e si guarda intorno. Ogni giorno c’è da scoprire, da farsi sorprendere, da domandare, da inciampare e sbucciarsi le ginocchia. Ci sono i passi incerti e il primo riconoscersi allo specchio, con il dito puntato come a dire sono io, quello.
C’è il disgusto davanti a un nuovo sapore o l’entusiasmo nell’ascoltare un suono mai conosciuto prima. E si va avanti così, finché i passi non diventano decisi e il riflesso nello specchio un’abitudine, finché i sapori nuovi sono sempre di meno e i suoni diventano riconoscibili, facilmente decifrabili.
Ogni giorno un bambino si sveglia e cresce, e lo fa come può, con gli strumenti che ha disposizione, con lo sguardo che gli è stato concesso.

Selva ha quattro anni e vede il mondo da una lente d’ingrandimento particolare, da una porzione di realtà non esattamente adatta a una bambina, ma che esiste, reale, tangibile, toccatale in sorte come tocca in sorte la vita. Inevitabile, e arbitraria.

Ogni giorno Selva si sveglia e si guarda intorno. E lei, che vive a Ibid, una città della Siria nord-occidentale, intorno vede la guerra.

Ed ecco che il filtro attraverso cui leggere il mondo diventa un po’ più fitto, di un colore in ombra, e assume piano le sembianze di un macigno, uno strumento complicato attraverso cui scandire il futuro. Qui, in questa infanzia in cui le domande da fare sarebbero legittime ma ingiuste, c’è un padre. Lui si chiama Abdullah Al-Mohammad e ha inventato un gioco.

“È un aereo o un proiettile?” Chiede Abdullah.
“Un proiettile.” Selva, quattro anni, abituata al suono della guerra.
“Sì, e quando arriva, noi ridiamo.” Abdullah, padre.

Ci svegliamo. Ci guardiamo intorno. Cresciamo. Facciamo domande. Impariamo. Smettiamo di domandare. Esaminiamo. Capiamo e ci adattiamo. Adattarsi alla guerra, però, è una faccenda strana.

Selva si è svegliata e ha trovato un padre che ha sostituito per lei la lente di ingrandimento. Le ha insegnato a leggere tutto questo in una lingua diversa da quella che ci si aspetterebbe.
Il mondo così com’è le viene restituito nei termini di cui ha diritto.

E allora si sveglierà, Selva, e si guarderà intorno. Punterà il dito allo specchio e proverà disgusto per un nuovo sapore. E così avanti, finché potrà essere difesa e indirizzata, finché si potrà ancora dissimulare. Finché arriverà il momento in cui non sarà più lavoro di un genitore fornire gli strumenti. Altre domande, a quel punto. Altro modo di esaminare.
Però, finché si può, una bomba può significare ridere, la paura può annegare nella voglia di proteggere, l’ingiustizia di essere nati nel posto sbagliato può piegarsi al desiderio di sopravvivenza, un padre terrorizzato può improvvisarsi – in un modo così delicato da sembrare irreale – in un inventore di giochi.

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