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Psicoterapia: paura e desiderio alla ricerca di una vertigine

by Sinonimo di benessere

In psicoanalisi relazionale la ricerca sulla dissociazione ha permesso di gettare una luce particolarmente interessante sul funzionamento mentale, e qualunque discorso su cosa sia la psicoterapia non può prescindere da come in quella data cornice psicoterapeutica si pensi ad esso.  

Quando parliamo della dissociazione in termini di funzionamento mentale intendiamo descrivere quel processo attraverso cui la coscienza, che possiamo definire come quella qualità della mente attraverso cui stati d’animo, pensieri, emozioni e motivazioni possono diventare consapevoli, è in grado di discriminare i contenuti e i processi da investire percettivamente.

Un piccolo esempio ci permetterà di comprendere meglio quanto questo processo appartenga alla nostra vita quotidiana e sia più familiare di quanto pensiamo. Potrebbe capitare, ad esempio, di dover preparare un esame particolarmente difficile o di dover portare a termine un progetto di lavoro in poco tempo, nonostante sia un brutto periodo, una brutta giornata o semplicemente ci sia spesso troppa confusione attorno a noi. Nonostante tutto, spesso siamo comunque in grado di concentrarci e di mantenere la nostra attenzione focalizzata sul compito impedendo, più o meno volontariamente, a ciò che potrebbe disturbare il nostro stato mentale di irrompere nella nostra mente. La focalizzazione dell’attenzione sottende un funzionamento dissociativo della mente, laddove essa “protegge” la nostra percezione dagli stimoli disturbanti, mantenendoli sotto traccia.

Facciamo un piccolo passo in avanti. La dissociazione non è solo una modalità di funzionamento della mente, come abbiamo appena descritto. Essa è il processo che la struttura. Attraverso la dissociazione la mente prende forma, cresce e si sviluppa.

In particolare le relazioni che viviamo fin dall’infanzia organizzano sulla base di questo processo diverse costellazioni del sé. In altre parole nella nostra vita siamo contemporaneamente figli dei nostri genitori, fratelli di altri bambini o bambine, studenti, amanti, siamo immersi in una quantità di relazioni potenzialmente infinita in cui esploriamo differenti parti della nostra personalità in relazione con gli altri.

Queste esplorazioni generano diverse costellazioni del sé che possono comunicare tra loro, dando vita alla molteplicità intrinseca che caratterizza la nostra vita psichica.

Come dicevamo in precedenza, queste differenti costellazioni del sé si caratterizzano per emozioni, sensazioni, desideri e motivazioni che emergono all’interno di relazioni significative e che sono ad esse collegate. Alcune di queste relazioni e i relativi sentimenti che le agitano possono rappresentare, nella vita di ognuno di noi, qualcosa di perturbante nella misura in cui contribuiscono all’emergere di emozioni da cui sentiamo la necessità di fuggire e dalle quali desideriamo proteggerci. Questo può accadere poiché alcune di queste emozioni rappresentano qualcosa di perturbante in sé, come ad esempio la vergogna, ma potrebbero anche essere aspetti normali della vita emotiva di ognuno, come la rabbia ad esempio, che un certo atteggiamento familiare di censura potrebbe suggerire di allontanare da sé, non riconoscere e dissociare.

Quando questo accade il meccanismo della dissociazione permette alla nostra mente di mantenere “sotto traccia” questi elementi problematici, le emozioni perturbanti che emergono e le relative costellazioni del sé che si coagulano attorno ad esse.

Tuttavia ciò che la psicologia insegna è che tutto ciò di cui facciamo esperienza lascia un’impronta nella nostra vita psichica.

Ciò significa che anche se la dissociazione, nel tentativo di proteggerci dall’angoscia, permette di mantenere “sotto traccia” parti della nostra personalità, i sentimenti che vi sono connessi e le esperienze da cui derivano, questi elementi rimangono comunque variabili vive nella nostra mente e spesso nel nostro corpo, al di sotto della soglia della percezione e della pensabilità.

Troppo dolore portano con sé queste parti sconosciute di noi. Sono esperienze vissute e mai pensate. Sono parti di noi che abbiamo soffocato per il timore che lasciarle vivere e dialogare con esse potesse distruggerci. Mandare in pezzi l’integrità psichica che cerchiamo di costruire con immenso dispendio di energie. Sono le innumerevoli parti di noi sofferenti e traumatizzate con cui abbiamo scelto inconsapevolmente di non parlare, di abbandonare ad una vita clandestina perché smettano di infastidire, turbare, renderci fragili.

Eppure quante volte abbiamo la sensazione di non conoscere qualcosa di profondo che ci appartiene? Quante volte ci sentiamo alla ricerca di un senso del sé perduto, sotteraneo, angosciante ma prezioso? Quante volte ci sentiamo incapaci di afferrarlo, e bloccati dalla paura ci fermiamo un attimo prima del vuoto per non cadere? Eppure quante volte abbiamo desiderato saltare alla ricerca di questa vertigine?

In una psicoterapia si è sempre almeno in due.

Quando salti nel vuoto non cadrai mai troppo in basso e quando pure sarai negli abissi ci sarà una voce in grado di risollevarti. Un bravo psicoterapeuta è in grado di cogliere all’interno dei discorsi che scandiscono l’ora della seduta la voce di quelle costellazioni del sé lontane, abbandonate e ferite. È in grado di sentirne il rumore di sottofondo, di agganciarne le frequenze permettendo a queste voci inascoltate di parlare, raccontare storie di sofferenza senza minacciare la vita di chi le sta pronunciando.

Indagare queste voci vuol dire ricostruire la propria storia, soprattutto quella che non ci siamo mai raccontati, per il timore che fosse troppo. Troppo dolorosa, troppo crudele, troppo fantasiosa, troppo per chi ci sta accanto e troppo per noi.

Dialogare con queste voci restituisce la speranza di riconoscersi, non dimenticarsi, non lasciare indietro pezzi della propria storia, condannandoli al silenzio e con esso alla persecuzione.

Vuol dire saltare nel vuoto per farvi ritorno più consapevoli di prima. Un brivido che vale la pena di essere vissuto. Alla ricerca di una vertigine in grado di farci sentire vivi, nel corpo. 

mi presento...

Sono Davide Ciccarelli, laureato in Psicologia Clinica e di Comunità presso l’Università degli studi di Torino nel 2019. Attualmente impegnato come tirocinante psicologo presso il Centro di Etnopsichiatria Frantz Fanon e come educatore presso una comunità di minori, sto gettando uno sguardo più attento a quelle che sono le conseguenze della politica post-coloniale e dei fenomeni migratori in termini psicologici; e intraprendendo una riflessione sulle dinamiche relazionali dell’adolescenza. Laddove la relazione rappresenta il tessuto in cui la nostra mente è immersa, nel quale nasce e si sviluppa dando forma ai nostri caratteri, il contatto umano è la scelta che ha motivato e continua a motivare il mio percorso di approfondimento psicologico.

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