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Pensare gli stereotipi, emanciparsi dalla storia

by Sinonimo di benessere

Quando e in che modo gli stereotipi di genere influenzano il nostro modo di pensare? In questo articolo il tirocinante psicologo Davide Ciccarelli analizza i motivi, le caratteristiche e le conseguenze di questo modo di ragionare, spiegandoci meglio tutte le sue sfumature.

Hai presente quando pensi che il tuo piccolo cuginetto dovrebbe giocare con action man a fare la guerra piuttosto che imbastire una sfilata d’alta moda a cui partecipano Ken e Barbie? Oppure quando affermi di non voler fare le faccende domestiche perché non sono scritte nel tuo DNA?  O ancora, quando pensi che sia opportuno che due uomini non si bacino in pubblico e che le donne si dedichino alla famiglia piuttosto che alla carriera? 

Bene, questi sono stereotipi di genere e quando pensi attraverso di essi generalmente appiattisci le peculiarità di ogni individuo costringendole in un sistema binario rappresentato dall’opposizione uomo/donna.

Ad ogni modo, non preoccuparti, o meglio non sentirti colpevole, non completamente.
Infatti, i motivi per cui a volte facciamo pensieri tanto approssimativi facendo inferenze su quali aspettative o caratteristiche abbiano le persone a partire dal sesso biologico che li rappresenta, sono molti e hanno radici storiche che ci precedono. Le radici, come in ogni pianta, si intrecciano in modo peculiare secondo percorsi inediti che è difficile riconoscere e slegare ma di cui possiamo provare a tenere traccia.

Noi lo faremo, per gli stereotipi di genere, attraverso due concetti: il biologismo e il patriarcato.

In primis gli stereotipi di genere ruotano attorno ad una certa strumentalizzazione del discorso scientifico, attraverso cui le differenze di natura biologica riscontrate tra uomo e donna legittimano differenti possibilità di soggettivazione sotto il profilo psicologico e sociale, il cui grado di tolleranza e approvazione è direttamente legato alla possibilità di definire come “naturale” quel particolare tipo di comportamento in relazione al genere di appartenenza.

In altre parole, la differenza biologica, l’alterità radicale riscontrata tra uomo e donna, diventa un argomento per convalidare l’ipotesi secondo cui uomini e donne sarebbero naturalmente orientati a comportarsi in maniera diversa. In questo caso lo “stereotipo di genere” riflette ciò che siamo educati ad aspettarci dall’altro a partire dal sesso al quale appartiene e ad uno sguardo più attento è anche ciò che siamo abituati a ritenere “giusto” nei suoi comportamenti, dove questa attribuzione di valore talvolta ci induce ad acconsentire a discorsi di dubbia etica.
Come quelli rispetto al “mandato biologico della maternità”, ad esempio, in cui le donne sono spesso private della possibilità di disporre liberamente dei propri corpi, o quelli a proposito della convenienza dei costumi omosessuali in quanto non previsti dalla natura; se ha ancora senso parlare di natura laddove essa viene fabbricata socialmente e usata per etichettare come “naturali” comportamenti che sono in realtà costruzioni sociali relativamente a cosa significhi essere uomo o donna.

Il genere è quindi un argomento ampiamente politicizzato se i discorsi prodotti attorno ad esso diventano uno strumento di potere capace di legittimare diritti e aspettative di vita.

Gli stereotipi di genere sono infatti discorsi storicizzati, essi appartengono ad una determinata cultura e si declinano in un particolare tempo storico.

Riflettono i valori di riferimento della comunità che li produce e svolgono per essa una funzione strategica. Se gli stereotipi di genere riflettono i valori a cui siamo educati e hanno implicitamente una funzione strumentale è allora necessario metterli in discussione e dare loro un significato a partire dai differenti rapporti di forza che li rendono legittimi e li trasformano in leggi, opinioni condivise e abitudini consolidate.

La manipolazione di questi rapporti di forza, durante la storia, è avvenuta prevalentemente ad opera degli uomini, i quali, grazie alla combinazione di un grande numero di fattori biologici, sociali e politici, hanno dato vita a quello che viene definito patriarcato.

Il patriarcato è un dispositivo sociale, un insieme eterogeneo di discorsi, poco importa se impliciti o espliciti, attraverso i quali è stato possibile produrre consuetudini legislative e amministrative, affermazioni scientifiche e considerazioni morali, con lo scopo di legittimare un sistema sociale in cui gli uomini detengono principalmente il potere e detengono i ruoli di leadership politica, autorità morale e privilegio sociale. Gli stereotipi di genere sono enunciati generalizzanti che nascono da questo dispositivo, che lo riproducono e lo legittimano attraverso il ricorso ambiguo ad altri saperi, come ad esempio la biologia.

Il patriarcato ha prodotto gran parte degli stereotipi di genere a cui siamo educati. Uno fra tanti, il must dell’uomo virile che ostenta comportamenti non femminili, vaccinato contro le emozioni e il sentimentalismo, abituato a razionalizzare esasperatamente, con difficoltà ad accettare qualsiasi ruolo o compito di cura, accecato da una libertà personale che traduce come diritto di appropriazione sul corpo altrui, che è un caposaldo del dispositivo patriarcale.
Esso dà infatti all’uomo l’accesso a quello status di “guerriero” in grado di consentirgli la scalata sociale al potere. La donna, estromessa da questa scalata, è invece deputata ai compiti di cura relativamente all’empatia che ad essa viene “naturalmente” attribuita, generalmente considerata come subordinata e dipendente dall’uomo e orientata ad una realizzazione che si estrinseca nello spazio che ad essa è da sempre attribuito: quello dell’intimità, dello spazio personale in contrapposizione a quello sociale.  

In questi come in altri stereotipi è possibile osservare un duplice registro: socio-politico e psicologico. La differenziazione binaria del genere ha prodotto spazi sociali, pubblici e politici il cui accesso è stato per molto tempo interdetto alle donne ed oggi solo parzialmente aperto alla loro partecipazione, nonché profili psicologici in cui l’impotenza appresa rinforza il senso di colpa per essere nate “mancanti”.
Se all’uomo sono invece aperte le porte del successo e dell’onnipotenza, egli paga per questo un caro prezzo sotto il profilo psicologico. L’accanita lotta a cui partecipa contro gli altri uomini lo costringe a un principio di prestazione maschile a cui è impossibile sottrarsi e in cui non c’è spazio per il fallimento e la vergogna, per l’empatia, la solidarietà e quelli che in generale il maschio alpha chiamerebbe “pietismi”.

Uomini incapaci di gestire il fallimento e privi di un limite la cui realizzazione personale è completamente esteriorizzata e donne mancanti costrette invece a realizzarsi esclusivamente nell’intimità.

Gli stereotipi di genere sono oggi messi sempre più in discussione e il genere rivisitato per sfuggire all’attribuzione morale che la storia ha legato ad esso. Tuttavia, essi si riproducono silenziosamente in pensieri e comportamenti che somigliano ad automatismi di inconscia provenienza.
Riflettere su di essi, pensarli e decostruirli vuol dire esercitare una pressione sui rapporti di forza che li hanno prodotti e sollecitare il nostro pensiero ad emanciparsi dai giochi di potere che ci rendono attori di una storia sconosciuta, di cui non facciamo parte e di cui siamo vittime inconsapevoli. Uomini e donne.

Sono Davide Ciccarelli, laureato in Psicologia Clinica e di Comunità presso l’Università degli studi di Torino nel 2019. Attualmente impegnato come tirocinante psicologo presso il Centro di Etnopsichiatria Frantz Fanon e come educatore presso una comunità di minori, sto gettando uno sguardo più attento a quelle che sono le conseguenze della politica post-coloniale e dei fenomeni migratori in termini psicologici; e intraprendendo una riflessione sulle dinamiche relazionali dell’adolescenza. Laddove la relazione rappresenta il tessuto in cui la nostra mente è immersa, nel quale nasce e si sviluppa dando forma ai nostri caratteri, il contatto umano è la scelta che ha motivato e continua a motivare il mio percorso di approfondimento psicologico.

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